STORIA IBLEA
Masserie e muri a secco
Una delle caratteristiche che saltano subito agli occhi del visitatore che si trova ad attraversare le campagne della Sicilia sud-orientare, sono proprio le masserie ed i muri a secco che delimitano i vari appezzamenti della campagna iblea. Sin dal cinquecento, veniva fatto obbligo ai proprietari terrieri che affittavano i loro terreni, di mantenere in perfetto stato i muri a secco della loro proprietà con una manutenzione periodica.
I muri a secco nacquero per una duplice funzione, una per sgomberare i terreni prima di essere arati e l’altra per dividerli in appezzamenti dove praticare la rotazione delle colture, permettendo negli altri il libero pascolo degli animali d’allevamento. Infatti in questo modo si sviluppò l’allevamento dei bovini, che venivano confinati in appezzamenti non coltivati e privi di custodia, con un netto risparmio sulla manodopera.
Già dal seicento cominciarono ad essere edificate le prime Masserie iblee, vere fortificazioni agricole, caratterizzate da robuste ed alte mura, realizzate a difesa dai frequenti attacchi barbarici che all’epoca affliggevano le popolazioni locali. Nella metà dell'ottocento, con l'abbandono dei vigneti verso la coltura cerealicola, le masserie iblee subirono una metamorfosi, allargando il cortile interno che diventava così il cuore dell'azienda, favorendo principalmente le manovre dei carri.
Una masseria standard è costituita da un cortile centrale detto u bbàgghiu attorno a cui si sviluppano vari locali costruiti in pietra e con tetto in canne e gesso ricoperto da tegole dette ciaramiri. I locali principali sono l’abitazione, a mannira adibita alla lavorazione del latte e come deposito utensili per la confezione della ricotta, la stalla per gli animali da tiro e da soma, u stadduni per i bovini e gli attrezzi da lavoro, u lugghiuni ampio locale ventilato e privo di infissi per ospitare il bestiame durante le ore calde dell’estate. Nel cortile trova posto anche una piccola rimessa per il carretto detta pinnata
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